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La Resistenza - Partigiani combattenti caduti di Casola Valsenio
Bagarini Edoardo classe 1924 da Casola Valsenio. Operaio, partigiano della della Brigata "Celso Strocchi" Divisione Garibaldi Ravenna, caduto il 25-5-1944
Barzagli Domenico classe 1922 da Casola Valsenio. Colono, partigiano della Brigata "Celso Strocchi" Divisione Garibaldi Ravenna, caduto 15-8-1944
Dardi Antonio classe 1921 da Casola Valsenio. Fabbro, partigiano della Brigata "Celso Strocchi" Divisione Garibaldi Ravenna, caduto 29-9-1944
Laharnar Giovanni classe 1904 da Casola Valsenio. Carabiniere, partigiano della 36a Brigata Garibaldi "Bianconcini", caduto 11-10- 1944
Liverani Paolo classe 1921 da Casola Valsenio. Colono, partigiano della Brigata "Celso Strocchi" Divisione Garibaldi Ravenna, caduto 12-12-1944
Monti Alfredo classe 1925 da Casola Valsenio. Partigiano della Brigata "Celso Strocchi" Divisione Garibaldi Ravenna, caduto 8-11-1944
Morara Giacomo classe 1908 da Casola Valsenio. Colono, partigiano della 36a Brigata Garibaldi "Bianconcini", caduto 8-8- 1944
Nannini Enea classe 1921 da Casola Valsenio. Falegname, partigiano della 36a Brigata Garibaldi "Bianconcini", caduto 11-9-1944
Neri Domenico classe 1924 da Casola Valsenio. Studente, partigiano della 36a Brigata Garibaldi "Bianconcini", caduto 24-9-1944
Roncassaglia Alfredo classe 1892 da Casola Valsenio. Colono, partigiano della Brigata "Celso Strocchi" Divisione Garibaldi Ravenna, caduto 15-9-1944
Cavina Giuseppe classe 1890 da Casola Valsenio. Partigiano della Brigata "Celso Strocchi" Divisione Garibaldi Ravenna, caduto 13-9-1944
Ferrini Cherubino classe 1908 da Casola Valsenio. Colono, partigiano della 36a Brigata Garibaldi "Bianconcini", caduto 13-9-1944
Pieri Giovanna classe 1911 da Casola Valsenio. Partigiana della 36a Brigata Garibaldi "Bianconcini", caduto 11-9-1944
Assirelli Francesco classe 1921 da Casola Valsenio. Partigiano del "S.A.P. Montano" caduto 3-11-1944
Cappelli Ugo classe 1918 da Casola Valsenio. Partigiano del "S.A.P. Montano" caduto 3-11-1944
Roncassaglia Paolo classe 1924 da Casola Valsenio. Partigiano del "S.A.P. Montano" caduto 10-3-1945
" Non rinunciate al giorno che v'offrono i morti che lottarono. Ogni spiga nasce da un chicco affidato alla terra, e, come il grano, il popolo infinito unisce radici, accumula spighe, e in mezzo alla tormenta scatenata sale alla chiarità dell'universo"
La Resistenza - Partigiani e contadini
Già abbiamo accennato al fatto che di fondamentale importanza perché la brigata partigiana possa non solo operare attivamente come unità politico-militare, ma perfino sopravvivere come aggregazione di cento, poi duecento, e infine di mille e più uomini, è il rapporto con la popolazione contadina, cioè con coloro in mezzo ai quali i partigiani vivono ventiquattro ore su ventiquattro. E’ abbastanza evidente che se la gente di campagna non avesse assunto anche nelle nostre zone un atteggiamento di tolleranza prima, di collaborazione poi ed infine di partecipazione diretta, ben difficilmente la guerra partigiana avrebbe potuto assumere il volto e le dimensioni di «guerra di popolo» che invece essa riuscì a darsi anche nelle nostre vallate. Ciò del resto accadde in una miriade di zone contadine dell'Italia centro-settentrionale, ma per quanto ci riguarda dobbiamo richiamare e sottolineare il fatto che nella media e alta valle del Senio, del Santerno, della Sintria, del Lamone questa popolazione contadina era nel suo complesso di estrazione montanara, ben lontana cioè nelle sue esperienze civili e politiche, e perfino in quelle più immediatamente umane, dalla avanzata maturità dei contadini della pianura i quali - mezzadri e braccianti - già a partire dalla fine dell'Ottocento e poi fino all'avvento del fascismo avevano formato leghe e cooperative, organizzato scioperi, costruite Case del Popolo e fondato circoli e sezioni del Partito Socialista dove faticosamente si erano abituati a leggere o a farsi leggere la stampa socialista. Il territorio collinare e montano invece era sempre stato un mondo chiuso, retto e controllato da due figure dominanti: quella del padrone, dispensatore di lavoro per i braccianti e di patti e poderi più o meno buoni per i mezzadri; e quella del parroco, elargitore di buone parole, di saggi consigli di moralità e pazienza, di aiuti anche importanti in certe circostanze: scrivere e leggere le «carte», ad esempio, o curare certe pratiche, decifrare i conti e così via. Ora questa caratteristica di chiusura culturale e politica non può non complicare a volte in maniera davvero grave - il problema di calare prima
a) una costante opera dì informazione e di orientamento politico verso la popolazione contadina per spiegare i motivi e le finalità della Resistenza, come lotta di liberazione ad un tempo nazionale, politica e sociale;
b) una attenta difesa del patrimonio zootecnico e agricolo dalle razzie dei tedeschi. Molti contadini, infatti, per sottrarre il loro bestiame alla rapina nazifascista lo conducono (tranne pochi capi indispensabili per i lavori agricoli) nelle zone controllate dai partigiani che ne destinano una parte al loro sostentamento e a quello della popolazione civile 24 interessante ricordare che quando si verifica questa specie di mercato (e anche in caso di requisizione forzata allorché se ne presenta la necessità) i partigiani pagano sempre la parte del contadino in denaro contante, anche ad un prezzo superiore a quello imposto dalle autorità fasciste, e spesso la parte del padrone in buoni di prelevamento che per decreto del CLN dell'Alta Italia hanno valore legale in tutto il territorio di operazioni della 36a e che verranno pagati dal Governo Italiano alla fine della guerra (anche se solo parzialmente per motivi non certo dipendenti dai comandi partigiani). Ma ci sono zone - come le montagne di Palazzuolo, le alte colline delle valli del Senio, del Sintria, del Lamone e del Santerno dove i contadini vivono da sempre in uno stato di miseria e di abbruttimento fisico tali che a volte sono gli stessi partigiani a rifornirli di viveri e a tentare di migliorare la loro condizione morale ed umana; naturalmente nei limiti che la situazione permette: anche questo contribuisce a creare un rapporto di fraternità che poi si tradurrà quasi spontaneamente in una stabile collaborazione;
c) la formulazione e la proposta di nuovi patti colonici a vantaggio dei mezzadri, cosicché mentre il Governo Nazionale presieduto da Bonomi proroga, sia pure provvisoriamente, i vecchi contratti mezzadrili del periodo fascista nettamente favorevoli per i proprietari; in alcune zone di influenza delle brigate partigiane i Comitati di difesa dei Contadini, organismi guidati dai CLN e dai partiti antifascisti, emanano disposizioni sulla ripartizione dei prodotti agricoli dei poderi condotti a mezzadria favorevoli invece per i contadini;
d) la possibilità per i partigiani di estrazione contadina di poter abbandonare temporaneamente i reparti - nei periodi di calma delle operazioni militari - per aiutare i familiari nei lavori agricoli ed anche una collaborazione di lavoro - specialmente durante la trebbiatura - tra le compagnie partigiane e i contadini in cambio di una parte del prodotto;
e) la lotta ai ladri e ai rapinatori che battono la campagna, alcuni spacciandosi per partigiani: questa inflessibile e severa repressione si rende necessaria non solo per difendere l'amicizia e la fiducia che esiste tra i contadini e le forze della Resistenza ma anche perché le forze partigiane si sono di fatto sostituite alle Forze dell'ordine, completamente assenti in campagna. A questo riguardo è opportuno rilevare che anche all'interno stesso delle formazioni partigiane viene svolta una attenta sorveglianza al fine di scoprire chi eventualmente, dietro un paravento di generosi ideali, persegue solo il suo interesse o chi si lascia sedurre da facili tentazioni. I commissari hanno la facoltà di controllare in ogni momento quanto denaro i partigiani portano con loro, che non deve mai superare la somma di 150 lire. E’ probabile però che qualcuno sia riuscito a superare i controlli, in particolare nella tarda estate con l'approssimarsi del fronte e con l'afflusso nella zona di sbandati, di individui di ogni provenienza e condizione che battevano la campagna e che a volte entravano nelle file partigiane senza che ci fosse la possibilità di controllare rigorosamente la loro provenienza e se esistesse in loro una adesione cosciente ai valori morali della lotta di liberazione. Comunque una prova in più della limitatissima entità di questi fenomeni di degenerazione fu poi tragicamente fornita in seguito dai molti, troppi ex partigiani - non certamente arricchitisi che al termine della guerra morirono dilaniati mentre erano intenti allo sminamento dei campi per un compenso davvero misero. Per completare questo discorso sulla compenetrazione fra movimento partigiano e gente contadina è anche necessario mettere in rilievo che essa non sarebbe stata possibile (o sarebbe stata assai più difficile) senza l'aiuto prestato in modo diverso dal clero di montagna. Abbiamo già ricordato quanto notevole fosse ancora l'ascendente del parroco sulla popolazione contadina, un ascendente derivante certo dal suo ministero religioso, ma fondato anche sul ruolo che egli esercitava nella società civile: consigliere ascoltato sulle questioni più delicate ed importanti nell'ambito familiare ed esterno; tramite quasi necessario per stabilire un contatto con l'apparato statale; spesso maestro di scuola, scrivano, lettore delle preziose lettere che arrivavano dal fronte o dai familiari lontani; controllore di fiducia dei conti compilati dai padroni o dai loro fattori. Il prete di montagna godeva insomma di una stima che si traduceva oggettivamente in una situazione di autorevolezza in ogni campo. Proprio in considerazione di questa situazione, quando la compagnia partigiana si sposta in una nuova zona, il commissario politico prende subito contatto con il parroco invitandolo a svolgere tra i suoi parrocchiani una azione di propaganda in favore della Resistenza. Un atteggiamento favorevole alla lotta di liberazione è pressoché generale da parte dei parroci di montagna, e spesso questo atteggiamento diventa vera e propria collaborazione nell'ospitare i feriti partigiani, nel seppellire i loro morti contro le imposizioni dei fascisti o svolgendo un rischioso lavoro di informazione. Questa collaborazione del clero di campagna spiega perché nella nostra zona nonostante una inconsistente attività militare e politica di un partito o di un movimento di matrice cattolica si sia verificata una rilevante collaborazione e partecipazione diretta alla Resistenza da parte di numerosi cattolici - mezzadri e soprattutto coltivatori diretti - che dopo la Liberazione costituirono in buona parte la base di massa della Democrazia Cristiana.
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Alla fine di giugno la saldatura tra le forze partigiane e le masse contadine deve sottostare alla prova del fuoco costituita dalla «battaglia contro la trebbiatura», con lo scopo di impedire ai tedeschi di razziare il grano e di trasportarlo in Germania, con il doppio scopo di affamare l'Italia e di rifornire loro stessi. I contadini rispondono immediatamente e pressoché unanimemente alle direttive del Partito Comunista e del CLN provinciale che ordinano di:
1) rallentare al massimo la mietitura;
2) non raccogliere il grano nelle aie, ma lasciarlo legato in covoni nei campi;
3) impedire la trebbiatura che dovrà essere compiuta a liberazione avvenuta il 29.
Analoghe direttive vengono diramate dai corrispondenti organismi imolesi e bolognesi per le zone di operazione della 36a Brigata 30 Contemporaneamente GAP e SAP vengono chiamati ad affiancare la lotta dei contadini e l'ordine per tutti è: NON UNA MACCHINA DEVE TREBBIARE!
A poco a poco il grano viene però mietuto - per evitare che marcisca nei campi - e lasciato in covoni sparsi per i campi 32, lontano dalle strade; poi alla fine dell'estate sia per far cessare incendi e devastazioni da parte dei nazifascisti, sia per procurare farina ai contadini e ai partigiani viene impartito l'ordine di trebbiare nelle zone più controllabili dal movimento e come per incanto ricompaiono i pezzi mancanti delle trebbie, fatto che lascia sbigottiti gli occupanti nazifascisti. I partigiani non solo montano la guardia mentre si trebbia, ma aiutano i contadini nell'opera; dove invece la trebbiatura avviene forzosamente sotto il controllo delle forze repubblichine, i GAP effettuano azioni di sabotaggio rendendo inservibili le macchine, cosicché alcuni proprietari intimano ai contadini di battere il grano utilizzando il vecchio metodo delle «cerchie». La battaglia si rivela un grosso successo anche da un punto di vista politico, tanto che nelle zone di montagna il raccolto viene interamente diviso tra contadini e partigiani escludendo così i padroni; nei poderi di fondo valle invece dove i rapporti di forza sono diversi e quindi è più contrastato il tentativo della Resistenza di imporsi in modo determinante come forza di governo, il raccolto granario viene quasi necessariamente spartito tra contadini, partigiani, padroni e tedeschi mentre una ultima parte va perduta.
La Resistenza - La resistenza casolana
All'inizio dell'estate si apre una fase nuova della Resistenza casolana allorché il movimento contadino passa da una posizione di solidarietà e di semplice appoggio ad una presenza attiva nella lotta armata contro il nazifascismo; questa presenza non è però uniforme da un punto di vista territoriale e soprattutto si differenzia secondo lo stato sociale del variegato mondo contadino. Certo è che l'avversione ai nazifascisti, uniformemente e profondamente diffusa, non ha di per sé la capacità di creare un legame tra i contadini i quali, oltretutto, non hanno strutture o esperienze collettive attraverso cui realizzarlo. Si rende quindi necessario un intervento esterno e dove questo si verifica il movimento contadino balza sulla scena della lotta di liberazione da protagonista, mentre in altre zone un alto potenziale rimane inutilizzato. I mezzadri partecipano nella quasi totalità alla lotta partigiana senza distinzione di sesso e di età, ma naturalmente secondo le diverse possibilità, individuando in essa lo strumento per realizzare quelle conquiste sociali, politiche ed economiche che in parte erano state raggiunte nel '21 e che il fascismo aveva poi cancellato. I CLN e i comandi partigiani dirigono i loro sforzi propagandistici soprattutto verso questa fascia di addetti alla agricoltura che costituisce la maggioranza e la parte più misera e già nel giugno del 1944 sulla stampa clandestina appaiono i primi documenti organici che avanzano rivendicazioni mezzadrili ed anche bracciantili.
Proposte di nuovi patti colonici verranno poi elaborate come vedremo nel corso del 1944 fino a diventare uno dei punti cardine della coesione tra il movimento contadino e le forze combattenti. L'opera dei partigiani è volta inoltre al salvataggio del bestiame, specialmente quello grosso, dalle razzie tedesche o dalle consegne obbligatorie agli ammassi fascisti. L'odio verso i tedeschi diventa sempre più profondo in conseguenza anche degli spietati rastrellamenti che essi effettuano tra la popolazione contadina per obbligarla al forzato lavoro nelle opere di difesa, al trasporto di armi o equipaggiamenti o per la deportazione nei campi di lavoro in Germania. Gli uomini validi, sia della campagna che del paese, evitano di formare assembramenti per non costituire una facile preda; purtuttavia vi sono manifestazioni, come quelle di carattere religioso, a cui è difficile rinunciare, sia perché non è facile non tener conto di sentimenti profondamente radicati, sia perché le pratiche religiose non sembrano rappresentare un serio pericolo per il loro carattere specificatamente di pace. Ma non è così! I reparti di SS germanici non hanno remore né morali né tanto meno religiose: la domenica 28 maggio, mentre una folla di fedeli è riunita nel piazzale della Chiesa di Baffadi per celebrare la festa della Beata Vergine, compare un reparto di SS che aveva già fermato diverse persone trovate per via; il fuggi fuggi è generale e tanta è la confusione che quasi tutti gli uomini riescono a fuggire e a riparare nelle macchie vicine. La partecipazione dei coltivatori diretti che pure, come i mezzadri, subiscono sul piano economico e della sicurezza personale gli effetti negativi delle sopraffazioni nazifasciste, ma che sono meno sensibili a proposte di rinnovamento, è percentualmente più bassa (anche se è interessante notare come alcuni comandanti partigiani della zona provengano proprio dalla categoria dei coltivatori diretti), e varia da parrocchia a parrocchia. Un altro motivo di questa differenziazione tra la partecipazione dei mezzadri e quella dei coltivatori diretti sembra essere costituito dalla diversa posizione assunta dai parroci la cui influenza è assai rilevante fra i piccoli proprietari nei confronti della lotta partigiana: là dove il parroco si dimostra in qualche modo favorevole alla lotta partigiana la percentuale dei coltivatori diretti impegnati nella Resistenza è infatti più alta. A tale riguardo è opportuno osservare che in genere il basso clero, i parroci di montagna e dei piccoli centri rurali sono direttamente impegnati nella lotta di liberazione, se pur in posizioni più o meno scoperte, mentre le forze dell'alto clero operano con funzioni mediatrici tra le opposte forze in campo o sono rivolte a contenere le spinte estreme dei partiti del CLN. I possidenti di campagna continuano a mantenersi per lo più nella posizione assunta nel corso dei «45 giorni». Dall'analisi della composizione della Resistenza casolana si può rilevare un dato a prima vista abbastanza sconcertante, e cioè il numero assai esiguo, fra le forze più direttamente impegnate nella lotta, di elementi provenienti dalla piccola e piccolissima borghesia del paese: negozianti, commercianti, artigiani, impiegati (anche se non si può tacere dell' aiuto di qualche negoziante che rifornisce i partigiani di viveri e di generi di consumo comune ricevendone in cambio peraltro denaro e buoni di prelevamento della brigata). Non è facile dare una spiegazione di questa limitatissima presenza (soprattutto se si considera che proprio tra gli artigiani il movimento operaio casolano aveva avuto nel periodo prefascista la sua roccaforte), essendo anche piuttosto complicato in questo caso discernere tra eventuali motivazioni ideali e politiche e invece sollecitazioni di altra natura: ad esempio il fatto che si tratta di categorie che per vivere, specialmente in un piccolo ambiente come quello paesano, hanno bisogno di mantenere buoni rapporti con tutti, insomma di non compromettersi. Se vogliamo completare questa analisi della partecipazione della gente del paese alla Resistenza attiva dobbiamo anche notare un altro dato negativo, e cioè l'assenza totale delle donne. A ciò concorse indubbiamente una serie di fattori oggettivi: non c'era, ad esempio, nel capoluogo la terribile tensione che derivava dai micidiali rastrellamenti o dalle spietate requisizioni che invece venivano effettuati nelle campagne, né erano operanti centri di direzione politica come il CLN locale od organizzazioni come i «Gruppi di Difesa della Donna» in grado di sollecitare ed indirizzare una partecipazione femminile. Ma si aggiungevano anche fattori soggettivi, primo fra tutti la conoscenza assai vaga e spesso distorta della natura e delle finalità reali del movimento partigiano che erano invece meglio conosciute dalle donne di campagna che vivevano a contatto diretto con le formazioni e proprio perciò potevano quale più, quale meno - intendere i contenuti sociali e politici della lotta. E questo spiega anche perché solo proprio nell'ambiente del mondo contadino casolano sia possibile trovare tracce di una partecipazione femminile - per quanto anch'essa limitata - alla Resistenza.
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A questo punto è possibile individuare, se pur su linee approssimative, la struttura e la dimensione della resistenza casolana. Nella zona di Valsenio-Monte Mauro - Cavina opera un Gruppo di Azione Patriottica (GAP) guidato da Giuseppe Domenicali (Jusèf d'la Lama) e composto di 10-12 elementi. La sua costituzione è dovuta all'iniziativa del CLN di Riolo e i suoi compiti all'inizio sono prevalentemente di disturbo o sabotaggio (sostituendo, ad esempio, i cartelli tedeschi che avvertono della presenza di bande partigiane o sabotando le trebbiatrici che lavorano per i tedeschi) fino ad arrivare all'attacco diretto alle truppe tedesche e fasciste, pur entro certi limiti. Questi limiti che il GAP si è posto - e che possono essere abbastanza discutibili - derivano dalla preoccupazione di eventuali rappresaglie tedesche contro la popolazione civile che non può essere efficacemente difesa poi dalle forze partigiane troppo deboli inizialmente. I componenti di questo GAP sono giovani, tutti renitenti alla leva, che di giorno si tengono nascosti e la notte si ritrovano per azioni rapide e rischiose che, anche se non ottengono clamorosi effetti diretti sul nemico, purtuttavia fanno sentire alla popolazione che c'è chi combatte contro i tedeschi e i fascisti. Le armi di cui il GAP dispone sono quelle nascoste dopo l'8 settembre in parte dallo stesso Jusèf e in parte provenienti dal Monticello di Campiuno dove si dice sono state reperite dietro indicazione del conte Ferniani. In questo gruppo si realizza anche un processo di maturazione politica soprattutto attraverso il cosiddetto «collettivo politico»: si tratta di riunioni che Angelo Morini, Leo Mongardi e altri componenti del CLN riolese tengono con una certa regolarità nelle case della zona in cui opera il GAP - prevalentemente il Gualdo o i Crivellari - al fine di dare alla lotta armata dei contenuti politici sempre più chiari. Dal punto di vista militare questo gruppo è inquadrato nel distaccamento «Celso Strocchi» comandato da Sesto Liverani (Pali) di Brisighella e facente parte della 28a Brigata Garibaldi «Mario Gordini», che opera nella bassa ravennate in contatto con il CLN provinciale di Ravenna. Nella stessa zona sotto l'influenza del GAP, ma in un secondo tempo, viene ad operare anche una Squadra di Azione Patriottica (SAP) sempre per iniziativa di Angelo Morini che tramite Jusèf ne incarica della costituzione Paolo Giacometti, un ex ufficiale di complemento dell'esercito che si nasconde nei pressi della sua abitazione a Valsenio. Paolo Giacometti si mette immediatamente all'opera, prende contatto con chi sa essere avverso ai tedeschi, la notte va a veglia nelle case della zona e tra un discorso e l'altro «tasta il polso» ai contadini sulla situazione politica e se accerta una disposizione alla lotta attiva propone di entrare a far parte della formazione in corso di costituzione. I contatti vengono presi con tutti: uomini, donne, giovani ed anziani delle parrocchie di Valsenio, Settefonti, Pozzo, Mongardino, S. Andrea. La SAP anch'essa inquadrata nella 28a Brigata - ha compiti di appoggio all'attività dei GAP che vengono a trovarsi nella sua zona: procurare armi, svolgere servizio di informazione, di assistenza e di propaganda presso i contadini che ancora non comprendono la necessità della lotta contro i tedeschi e i loro alleati fascisti. Di questa formazione -come anche del GAP di Jusèf - si servono i CLN del Ravennate per l'invio dei giovani alle formazioni partigiane della montagna. I componenti della SAP - circa trenta - sono tutti contadini e in particolare si registra un'alta percentuale di coltivatori diretti che prendono una posizione attiva in questa zona sia perché l'invito è giunto da uno di loro, sia per l'influenza esercitata in senso antifascista dal priore di Valsenio. Questa formazione rimane però piuttosto ai margini di quel processo di maturazione politica e sociale che coinvolge un po' tutto il movimento partigiano di estrazione contadina: sono pochi coloro che partecipano al collettivo politico dei GAP, mentre gli altri rimangono ancorati fondamentalmente a quelle motivazioni etico-morali di avversione al fascismo che sono tipiche del mondo contadino che è profondamente legato alla chiesa. A questo va certamente aggiunta la rabbia per le requisizioni, per i bassi prezzi corrisposti per i prodotti che obbligatoriamente devono essere portati all'ammasso. Sul versante destro della vallata del Senio qualcuno viene avvicinato dagli uomini del Battaglione «Ravenna», tornati nell'alto faentino dopo il rastrellamento del Falterona ed impegnati nell'opera di costituzione di una grande formazione armata in contatto con il CLN di Faenza. Sul versante opposto opera un gruppo autonomo di 7-8 elementi, animati da un vago ribellismo antitedesco, ma le cui azioni peraltro scarse - sono condotte con metodi - da parte di qualcuno - in netto contrasto con quello che è il comportamento a cui sono tenuti i partigiani, tanto che nell'estate il comando della 36a Brigata li riprenderà duramente, intervenendo anche in modo diretto sui responsabili.
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Tutto il rimanente territorio casolano è controllato dalla 36a Brigata «A. Bianconcini» (di cui fanno parte non pochi casolani) come viene denominata la ex IV Brigata che dopo la morte di Lorenzini, caduto in una imboscata tedesca, è comandata dal giovane operaio imolese Luigi Tinti (Bob). La 36a opera nella zona casolana con alcuni GAP, mentre a Monte Pianaccino, sopra Mercatale, ha distaccato un posto di blocco col compito di costituire la base di appoggio per l'invio delle giovani reclute partigiane alla brigata.
Questa elencazione - che abbiamo proposto per offrire ai lettori un primo quadro di riferimento - definisce in modo un po’ schematico la consistenza e l’ articolazione delle forze partigiane operanti nel territorio casolano, mentre in realtà i contorni sono molto meno netti, a volte addirittura sconosciuti agli stessi partigiani che non sanno di far parte di questa o quella formazione. Esempio di questa intersecazione di raggruppamenti e di zone operative è il comportamento della fitta rete di staffette che copre il territorio svolgendo compiti di assistenza e di collaborazione verso tutte le formazioni partigiane che li richiedono, a volte passando oltre le rivendicazioni di competenza che si verificano tra i diversi comandi. Le staffette che tra l'altro hanno il compito di sorvegliare le mosse del nemico, di realizzare le comunicazioni tra le centrali della pianura e le formazioni partigiane della montagna, di chiedere l'intervento del medico e così via, sono in prevalenza donne, vecchi, invalidi e qualche volta anche parroci; individui cioè che possono muoversi senza dare troppo nell'occhio e che hanno scelto questa attività con un atto volontario in quanto - chi più chi meno -. potrebbero restarsene al sicuro nelle loro abitazioni. Ma è proprio la presenza di queste persone, ma sarebbe forse più esatto dire di tutta la popolazione contadina - poiché in un modo o nell'altro quasi tutti si sentono impegnati nella lotta partigiana - che conferisce alla Resistenza il suo aspetto di lotta spontanea di massa, di lotta di popolo. In questo periodo si costituisce formalmente il CLN di Casola di cui fanno parte i socialisti Guido Ricciardelli, Evaristo Visani, Giuseppe Pittàno; i comunisti Filippo Pirazzoli, Gildo Tabanelli, Antonio Bambi e Antonio Benericetti; il veterinario Ferruccio Cicognani, un repubblicano che, pur isolatamente, non aveva mai fatto mistero dei suoi orientamenti antifascisti; Antonio Tozzi del Partito d'Azione ed Arturo Poli, socialista indipendente. I compiti che il nuovo organismo si propone sono molteplici: dall' opera di convinzione verso i giovani ad entrare nelle formazioni partigiane alla sorveglianza delle mosse dei tedeschi e dei fascisti e dei loro collaboratori ed informatori; dalla formazione e organizzazione di nuove leve antifasciste, sia sul piano politico che su quello culturale, alla fornitura di aiuti alimentari ai partigiani e alla popolazione; dalla attivazione di un movimento di appoggio alle brigate partigiane all'assistenza ai bisognosi e agli anziani. A causa però di una serie di difficoltà oggettive ed anche soggettive che cercheremo di analizzare molti di questi impegni rimangono allo stato di intenzione o si realizzano in modo molto limitato, cosicché quasi tutta l'azione del CLN casolano si concentra sull'assistenza sanitaria e alimentare alla popolazione civile, attività questa peraltro molto importante, specialmente nell'autunno del '44 e oltre, e che presenta anche un aspetto politico di segno nettamente positivo considerando che l'amministrazione fascista opera in senso contrario fino al completo abbandono di ogni forma di assistenza alla popolazione, e che quindi il CLN si configura sempre più chiaramente agli occhi dell'opinione pubblica come l'unico reale organo di potere locale. In questa sua attività il CLN trova un valido aiuto nell'opera del dott. Gaspare Cenni (Dottor Rino), la cui collaborazione nasce sia da un profondo amore per la sua professione, sia da saldi sentimenti umanitari, derivanti anche da una fede profondamente vissuta - quella stessa che traducendosi in scelte politiche induce molti cattolici (pur privi di collegamenti organici col Partito Democratico Cristiano) a partecipare alle formazioni e agli organismi della Resistenza. I motivi di questa limitata attività del CLN locale e di una sua debole incidenza nella lotta antifascista vera e propria sono dati anzitutto dal suo carattere spontaneistico nel senso che i componenti di questo organismo partecipano ad esso più su un piano individuale che come rappresentanti di forze politiche organizzate e più o meno regolarmente tenute a contatto: si spiega così la mancanza di collegamenti con gli altri CLN locali e col CLN provinciale e regionale tanto che le direttive di questi ultimi al CLN casolano verranno date dal comando della 36a Brigata. Ne consegue la grossa difficoltà a contribuire tempestivamente con iniziative organiche allo sviluppo del processo politico collegato all'estendersi e all'intensificarsi della lotta armata. Un altro limite è costituito dal fatto che tutti i membri del CLN sono abitanti del paese, senza dunque saldi agganci con quel mondo contadino che è invece supporto indispensabile della lotta di liberazione. Essi sono inoltre facile bersaglio della occhiuta vigilanza fascista che ormai viene esercitata solo nell'ambito del paese poiché i repubblichini non osano più avventurarsi nelle campagne e che rende difficili e saltuari i contatti tra gli stessi componenti del CLN, qualcuno dei quali eccede forse nelle pur necessarie misure di cautela cospirativa. Tutto ciò concorre ad indebolire fortemente l'iniziativa politica e la presenza organizzativa del CLN di Casola, anche se i compiti che esso si era prefisso collegialmente verranno poi svolti da qualcuno dei suoi membri sul piano individuale, ma naturalmente con risultati molto meno rilevanti di quelli che avrebbero potuto conseguire un organismo al cui interno operassero in modo organico ed unitario tutte le forze politiche antifasciste.
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La Resistenza - La base di Cortecchio
In base a questi orientamenti di un rapido avvio della lotta armata una trentina di giovani provenienti da Conselice, Riolo Bagni e Imola, già alla fine di novembre, tramite l'organizzazione del PCI imolese e riolese, si sono insediati nel podere abbandonato denominato L'Albergo di Cortecchio, nella parte alta della valle di Sommorio. Da qui essi si trasferiscono poi in Toscana, alle pendici del Monte Falterona, dove sono in corso di costituzione le formazioni garibaldine verso le quali viene orientato, in un primo tempo, quasi tutto il movimento partigiano romagnolo (all'inizio in larghissima maggioranza organizzato dai comunisti delle città di pianura). Nel gennaio del 1944 un altro gruppo sale a Cortecchio, ormai diventato la base di appoggio per il successivo trasferimento sul Falterona: per questo gruppo però il trasferimento viene rimandato a causa della neve che ostruisce i sentieri della montagna. I collegamenti con la base principale di Imola vengono mantenuti tramite staffette, cioè uomini anziani che data la loro età non possono vivere stabilmente nei disagi di Cortecchio, ma possono muoversi senza destare troppi sospetti. Tra questi è Guido Ricciardelli che come gli altri provvede a far pervenire all'Albergo vestiario, libri, stampa antifascista, armi: cose tutte necessarie sia per superare i disagi della vita clandestina in un ambiente che offre ben poche risorse naturali, sia per favorire una progressiva presa di coscienza ideologica e politica dei partigiani e dei contadini della zona in cui i primi operano. Le armi, si capisce, sono gli strumenti più preziosi intanto per difendersi e poi per prepararsi a strappare ai nazifascisti zone libere sempre più vaste. Scarsa è in questo periodo l'influenza che la permanenza di questo gruppo esercita sulla attività resistenziale casolana nel suo complesso; i rapporti che vengono allacciati sono limitati a qualche antifascista nel paese come Guido Ricciardelli o Antonio Bambi (Pochéna), i quali per ora agiscono soprattutto su un piano individuale e sono costretti ad una severa precauzione cospirativa. Ben più importante, anzi fondamentale per il futuro sviluppo della lotta partigiana, è invece l'influenza esercitata da questo primo nucleo partigiano sui contadini della valle di Sommorio che costituirà da allora una zona in cui i patrioti troveranno sempre sicurezza ed aiuti. I contadini di montagna, che avevano ritenuto i primi partigiani semplicemente dei soldati fuggiaschi e soprattutto per un senso di solidarietà umana li avevano accolti nelle loro case per rifocillarli, dividendo con loro quel poco che avevano, si accorgono ora che questi sono partigiani. Il loro atteggiamento nei confronti di questi strani «banditi» non muta però, anzi! Benché questi montanari non operino ancora una scelta di partecipazione attiva alla lotta (come ad esempio accogliendo la richiesta di aggregarsi al reparto) essi forniscono tuttavia un concreto e prezioso sostegno materiale e morale: accolgono alla sera nelle loro case i partigiani, e qui questi possono riscaldarsi e mangiare qualcosa e intanto parlare dei motivi della loro scelta; le donne della casa magari rattoppano i loro vestiti, gli uomini prestano gli attrezzi per far legna o per rendere più abitabili le fredde e squallide stanze dell'Albergo. Non è facile individuare con persuasiva analisi le ragioni di questo pressoché immediato atteggiamento di simpatia e di sostanziale appoggio dei contadini di montagna nei confronti dei primi gruppi partigiani. Si può tentare però di avanzare alcune ipotesi: la prima è che certamente i giovani saliti in montagna dalle città e dai paesi della pianura si collocano chi più, chi meno ad un livello culturale in ogni caso superiore a quello dei loro ospitanti, nella gran parte semianalfabeti, soliti guardare con rispetto ed ammirazione «chi sa» (il prete, il padrone, il fattore). La seconda è che certamente questi «banditi» di tipo nuovo, nei loro discorsi durante le riunioni a cui partecipano anche i contadini, esprimono in qualche modo, magari istintivamente, un'ansia di giustizia, una speranza di una nuova società che non possono trovare insensibile una povera gente abituata da sempre ad una vita di stenti, di ingiustizie sopportate sì pazientemente ma intese come tali, di degradazione morale sociale ed umana. Poi ci sono i discorsi contro la guerra, contro i tedeschi e i fascisti che l'hanno voluta, e magari in molte di quelle famiglie contadine ce da contare un morto, un disperso, un prigioniero, un figlio o un marito che non si sa dove sia finito. Infine si deve citare l'atteggiamento preso da alcuni possidenti (tra cui addirittura organizzatori delle squadre fasciste del '21), i quali, come abbiamo già ricordato, ora si sganciano dalla RSI e forniscono un appoggio alle prime formazioni partigiane arrivando perfino a rifornirle di qualche sacco di patate e di alcune paia di scarpe, badando in generale a non compromettersi troppo né in un senso né nell'altro al fine di superare col minimo danno, sia dal punto di vista personale che patrimoniale, il trapasso dal fascismo al nuovo Stato. Il 23 febbraio ha luogo il primo scontro a fuoco della lotta di liberazione nella nostra zona, allorché la Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) di Imola, con quella di Faenza e con reparti della Polizia Germanica di stanza a Bologna, in base alla segnalazione di alcuni informatori, attua un rastrellamento avente come obiettivo la località di Cortecchio. Verso sera del 22, quattro colonne di una sessantina di uomini l'una partono rispettivamente da Castel del Rio, Coniale, Badia di Susinana e Apollinare per stringere in una morsa senza scampo i partigiani che ignari di quanto sta accadendo stanno dormendo all'interno della casa colonica del podere Albergo . Nella notte una bufera di neve rallenta ed ostacola il passo degli assalitori tanto che l'Albergo viene raggiunto solo il mattino del giorno 23 e da una sola colonna (quella proveniente da 5. Apollinare) nello stesso momento in cui una squadra partigiana lascia la base alla ricerca di viveri. Lo scontro è inevitabile, immediato e violento: la pattuglia partigiana riesce a sottrarsi al tiro dei fascisti e a nascondersi nei boschi circostanti. Altri partigiani, svegliati dal rumore degli spari, riescono ad uscire dalla casa in tempo e ad allontanarsi tenendo distanziato il nemico. I rastrellatori si portano allora a ridosso della casa crivellandola di pallottole; poi il silenzio scende sulla casa e sulla valle. I fascisti, convinti di trovare solo dei morti, entrano urlando; ma il primo, un brigadiere della GNR di Imola tristemente noto nel Casolano per le sue angherie, viene freddato sulla soglia da cinque giovani partigiani ancora asserragliati all'interno. Si ingaggia un nuovo violento combattimento reso impari dalla enorme sproporzione delle forze e dal cattivo funzionamento delle armi e delle munizioni dei partigiani, impregnate di umidità. I fascisti riescono poi ad appiccare il fuoco alla casa, ma tra il fumo ne avanzano solo due, a mani alzate; un altro è riuscito a mettersi in salvo approfittando della confusione, mentre gli ultimi due giacciono all'interno privi di vita: sono i primi caduti della Resistenza nel territorio di Casola. I prigionieri vengono poi portati a Casola e da qui a Imola; i due patrioti morti - Dante Cassani, un sarto diciassettenne di Bubano e Libero Zauli di Riolo Terme, garzone di contadino di 18 anni vengono sepolti dai contadini nel cimitero di Susinana, sfidando le intimazioni dei fascisti che dopo aver sfigurato e depredato i due cadaveri di ogni loro povero avere, ne avevano impedito la sepoltura. I superstiti del gruppo di Cortecchio si trasferiscono poi con altri in parte sul monte Falterona, nelle brigate romagnole che qui si stanno formando, in parte ritornano alle basi di partenza in pianura dove si stanno costituendo i primi nuclei armati; tutti si ritroveranno a primavera al monte Carzolano sopra Palazzuolo con un bagaglio molto più ricco di esperienze di lotta, di armi e ben più numerosi rispetto al primo drappello che ha combattuto a Cortecchio. Dopo il rastrellamento del 23 febbraio il Comitato di Zona imolese del PCI, tramite il Comando Unico Militare dell'Emilia-Romagna (CUMER) che rappresenta l'organizzazione militare regionale del CLN riprende immediatamente il lavoro per l'invio di un forte contingente alle brigate del Falterona. Il 1 marzo un primo gruppo parte da Imola e si porta a Monte Mauro dove trova un rifugio abbastanza comodo nella chiesa abbandonata che diventa il centro di raccolta dei partigiani che salgono dalla pianura. Per tre giorni si susseguono gli arrivi e ai «vecchi» di Cortecchio tra cui Giuseppe Nardi (Caio) e Luigi Tinti (Bob) se ne aggiungono tanti che in un paio di giorni la formazione raggiunge la consistenza di un centinaio di uomini, armati per lo più coi fucili nascosti dopo la disfatta dell'esercito. Il 3 marzo il contingente partigiano parte da Monte Mauro e dopo una marcia di 4 giorni si congiunge alle formazioni operanti sulle pendici del Falterona. Del gruppo fanno parte anche due giovani contadini di Valsenio che hanno preso contatto con Nardi, incaricato di guidare il gruppo, tramite Angelo Morini, dirigente del CLN di Riolo Bagni, che seppure in modo discontinuo e limitato estende la sua influenza politicoorganizzativa oltre il confine territoriale del comune fino alle parrocchie di Valsenio, Mongardino, Settefonti e Pozzo.
La Resistenza - "Ribelli" alla macchia
L'annientamento di quello che può essere considerato il primo embrione del futuro CLN coincide (in un certo senso favorendola oggettivamente) con la formazione del primo gruppo di antifascisti che si danno alla macchia, cioè di coloro che, o volontariamente o perché costretti, hanno deciso di rompere i ponti alle loro spalle, non più limitandosi quindi a restarsene nascosti a casa per andare semmai alla ricerca di qualche rifugio di fortuna volta per volta in caso di una retata fascista dei renitenti, ma scegliendo intanto di mettersi apertamente dall'altra parte, sia pure, per il momento, nell'ansiosa attesa di realizzare gli indispensabili collegamenti e di entrare in possesso delle armi necessarie per diventare anche una formazione partigiana combattente.
Verso la fine di novembre i fascisti di Casola si prestano diligentemente a garantire anche sul piano logistico la buona riuscita della prima leva repubblichina: caricano su due camions i giovani del comune che si devono presentare alla chiamata alle armi e li portano al distretto militare di Ravenna. Arrivati qui, Domenico Neri (Mino), Aurelio Ricciardelli, Giovanni Tabanelli, Giovanni Dardi, Mario Poli vengono a sapere che molto probabilmente verranno trasferiti in Germania e quindi decidono assieme di scappare e di ritornare a casa. In treno fino a Solarolo, poi a piedi, attraversando Castelbolognese e risalendo Monte Mauro, raggiungono la Soglia , abitata da una famiglia notoriamente profondamente antifascista, dove riescono a prendere contatto con Torquato Visani che più o meno vagamente si sapeva facente parte della cellula clandestina del PCI. Visani procura loro un paio di coperte, qualcuno di quei fucili nascosti dopo l'8 settembre e un po' di munizioni. Dalla Soglia il gruppetto si sposta a Monte Battaglia dopo che Mino Neri ha fatto un salto a casa sua, al Cozzo, per prendere alcune armi preventivamente nascoste, e si sistemano nella casa colonica sotto il torrione semi-diroccato, abbandonata dal contadino l'anno prima. La vita in cima al monte è molto grama: di notte le giovani «reclute partigiane» dormono nel capannone della Canovaccia, usando le felci come materasso; per mangiare oltre il poco che riesce a procurare loro Visani, si arrangiano con bacche, nespole e castagne vecchie. Di giorno si esercitano a sparare, qualche volta vanno a caccia, spesso discutono anche se le cognizioni non sono molto precise - della situazione politica e di quella che appare la via migliore per proseguire la lotta. Il motivo che li ha spinti lassù e che emerge da queste discussioni è la volontà di non combattere più, specialmente agli ordini dei tedeschi e dei fascisti. Per qualcuno vi sono anche motivazioni politiche che hanno una influenza più o meno coscientemente avvertita: c'è ad esempio Mino Neri che, studente universitario a Bologna, è entrato in contatto con gruppi antifascisti che vi operano; c'è Aurelio Ricciardelli che è cresciuto in un ambiente familiare con profonde radici socialiste ed egli stesso ha avuto qualche contatto con i giovani comunisti della cellula clandestina; c'è Giovanni Tabanelli che quando lavorava come garzone nei poderi della pianura romagnola ha avuto la possibilità di assistere a qualche furtiva riunione che le strutture clandestine del PCI organizzavano per preparare la lotta contro il fascismo. Per gli altri del gruppo c e invece una istintiva ed elementare ribellione contro la guerra e ciò che essa rappresenta in fatto di sofferenze e di pericoli, una rivolta che non comporta ancora una maturazione più precisa di coscienza politica e sociale anche se ne costituisce la indispensabile premessa, come i fatti successivi dimostreranno. Eppure proprio per questa eterogeneità, per questa diversità di provenienza sociale, di motivazioni e di riferimenti ideali e politici, questo piccolo gruppo dei primi «ribelli» casolani rappresenta gia in minuscole proporzioni quella che poi sarà la complessa dimensione della Resistenza, nelle sue componenti politiche (comunisti, socialisti, «giellisti» a fianco di cattolici e anche di «badogliani») o sociali e culturali (l'operaio e il contadino semianalfabeta assieme al professore universitario), differenziata persino nei suoi obbiettivi di fondo (per alcuni si tratta soltanto di liberare l'Italia dai tedeschi e dai fascisti, per altri e sono i più di cominciare anche a costruire un paese nuovo, una nuova società), e tuttavia profondamente «unitaria», nonostante queste differenziazioni delle varie componenti. I pochi ragazzi della Canovaccia hanno tra loro in comune il rifiuto della prepotenza fascista, la rivolta della loro coscienza patriottica contro lo scempio che i nazisti fanno della nostra indipendenza nazionale - con la complicità servile del fascismo di Salò - e un'esigenza più o meno istintiva di una società meno ingiusta. Man mano che passano i giorni la situazione, già dura per fattori ambientali, si fa sempre più pesante: cresce il senso di isolamento, non si può contare su una organizzazione antifascista operante in paese, non ci sono uomini od indicazioni in grado di stabilire un contatto con la formazione partigiana che intanto Gino Monti ha organizzato nella media valle del Lamone e nel Faentino . Lassù qualcuno li ha visti e in paese già si parla di «banditi», di «ribelli» attestati a Monte Battaglia. Poi un giorno Visani porta la notizia che alcune madri, temendo che la situazione dei loro figli potesse ulteriormente aggravarsi, minacciano di denunciarli ai fascisti se non si presenteranno al distretto. Dopo una breve riunione il gruppo decide di scendere in paese, non senza aver prima espresso tutta la sua rabbia per l'impotenza forzata cui è costretto rivolgendo una scarica di fucileria verso l'antica torre. Solo Mino Neri col suo fucile in spalla prende un'altra strada, quella dei monti più alti, dove si dice - stanno per formarsi le prime bande partigiane. I giovani renitenti si presentano dunque senza conseguenze, anche perché di fronte all'alto numero di coloro che non hanno risposto alla chiamata di leva i fascisti sono stati costretti ad emanare un bando di condono per i pentiti; ma già a Natale i componenti di quel gruppo, con alcuni altri casolani, fuggono dalla caserma di Firenze e a piedi raggiungono Casola dove ognuno cerca un nascondiglio in attesa che con la primavera si realizzino le condizioni per una partecipazione più attiva alla lotta antifascista. Anche Neri in un secondo tempo si presenta al distretto per motivi di studio, ma se ne allontana subito per nascondersi presso Baffadi. Le delusioni e le difficoltà delle prime forme di lotta partigiana sono la conseguenza diretta e pressoché inevitabile della mancanza di una organizzazione resistenziale operante nella vallata, in grado di raccogliere e di guidare politicamente e di aiutare anche sul piano logistico (fornendo armi, ricoveri, viveri) i giovani che vorrebbero darsi alla macchia. Per le stesse ragioni anche a Palazzuolo un piccolo gruppo, che dopo una riunione tenuta alla Capanna di Nivale verso la metà di ottobre aveva dato vita alla prima formazione partigiana della valle del Senio, è costretto ben presto a disperdersi. Diversa è invece la situazione nelle città e nelle campagne della pianura dove i partiti antifascisti sono meglio organizzati e più presenti e quindi maggiormente in grado di preparare la lotta armata - che qua e là già si accende, magari per iniziativa spontanea - in quanto solo con essa si può rafforzare il movimento antifascista ed antinazista, superando così la resistenza di quelle forze che, anche all'interno del CLN, propongono una posizione di attesa, puramente difensiva, aspettando gli alleati che avanzano rapidamente lungo la penisola.
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