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A Monte Battaglia per la Libertà e la Pace


La tradizionale manifestazione a Monte Battaglia, organizzata dai  Comuni di Casola Valsenio, Fontanellice e Cotignola e dall'Anpi di Casola Valsenio, si svolgerà domenica 2 settembre 2012.
Alla cerimonia, in ricordo degli eventi bellici del 1944, alle ore 11 terrà la
commemorazione ufficiale Roberto Balzani, professore ordinario di Storia contemporanea presso la facoltà di Conservazione dei beni culturali dell’Università di Bologna e Sindaco di Forlì.
In quei giorni del 1944, tra il 26 settembre e l'11 ottobre 1944, a Monte Battaglia, si affrontarono partigiani (della 36. Brigata Garibaldi), americani (350° Regg. dell'88.ma Div. Fanteria Blue Devils) e inglesi (Brigata Guardie) da una parte e tedeschi (290° Regg. Granatieri) dall'altra, in quello che sarà ricordato come uno dei più cruenti e sanguinosi combattimenti della campagna d'Italia.
La cerimonia inizierà alle ore 9.00 di domenica 2 settembre, con la posa di una corona d'alloro ai cippi di S. Apollinare e S. Rufillo.
Il ritrovo a Monte Battaglia è previsto per le ore 10.00.
Alle 10,30 sarà inaugurato il percorso storico – didattico realizzato dall’Anpi di Casola Valsenio, con lo scoprimento di pannelli storici di Monte Battaglia dall’età preistorica fino ai giorni nostri. Dalle ore 12.00 si potrà pranzare al ristoro allestito dall'ANPI di Casola Valsenio. Nel pomeriggio, spettacolo musicale con il gruppo "Briacabanda". (fonte Comune di Casola Valsenio) GPS

Album foto - Indice


Casola prima della seconda guerra mondiale
Album foto - Casola Valsenio... Una volta ........ Continua ...»
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Album foto - Casola Valsenio...Usi e costumi (Immagini del primo '900 ) ........ Continua ...»  
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Il periodo fascista

Album foto - Casola Valsenio e le manifestazioni del fascismo al Cardello........ Continua ...»

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La guerra

Album foto - Partigiani della 36° Brigata "Garibaldi" ........ Continua ...»

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Album foto - Gli Americani della V Armata ........ Continua ...»

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Album foto - Gli Inglesi della VIII Armata ........ Continua ...»

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Album foto - Gli Indiani ........ Continua ...»

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Album foto - La Brigata "Friuli" ........ Continua ...»

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Album foto - I tedeschi e fascisti ........ Continua ...»

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Casola nella guerra

Album foto - Scene di vita quotidiana ........ Continua ...»

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I danni di guerra


Album foto - Le rovine a Casola ........ Continua ...»

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Il dopoguerra

Album foto - La ricostruzione  ........ Continua ...»

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Il Ritorno della democrazia

Album foto - Il ritorno della vita democratica N.1 ........ Continua ...»
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Album foto - Il ritorno della vita democratica N.2........ Continua ...»
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Gli scatti di Enrico Pasquali

Album foto - Gli anni 50  visti con gli occhi di Enrico Pasquali, il contadino che si fece fotografo. La maggior parte degli scatti fatti nella Valle del Senio (53/55) in particolare a Casola e Borgo Rivola.
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La Banda 

Album foto - La banda e  bandisti di Casola Valsenio ........ Continua ...»

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I Carri di Casola


I carri di gesso e di pensiero (1900 - 1914) ......... Continua...
I carri di gesso e di pensiero del dopoguerra (1949 – 1957) ........ Continua ...»




(Le foto degli album provengono da: Archivio Centro di Documentazione, Imperial War Museum Londra, Archivio Giuseppe Sangiorgi, Archivio Romano Rossi, Archivio Massimo Pittano, Circolo Fotografico Casolano, Archivio del periodico  Il Senio)

La Resistenza - Partigiani combattenti caduti di Casola Valsenio








Bagarini Edoardo classe 1924 da Casola Valsenio. Operaio, partigiano della della Brigata "Celso Strocchi" Divisione Garibaldi Ravenna, caduto il 25-5-1944








Barzagli Domenico classe 1922 da Casola Valsenio. Colono, partigiano della Brigata "Celso Strocchi" Divisione Garibaldi Ravenna, caduto 15-8-1944










Dardi Antonio classe 1921 da Casola Valsenio. Fabbro, partigiano della Brigata "Celso Strocchi" Divisione Garibaldi Ravenna, caduto 29-9-1944









Laharnar Giovanni classe 1904 da Casola Valsenio. Carabiniere, partigiano della 36a Brigata Garibaldi "Bianconcini", caduto 11-10- 1944










Liverani Paolo classe 1921 da Casola Valsenio. Colono, partigiano della Brigata "Celso Strocchi" Divisione Garibaldi Ravenna, caduto 12-12-1944









Monti Alfredo classe 1925 da Casola Valsenio. Partigiano della Brigata "Celso Strocchi" Divisione Garibaldi Ravenna, caduto 8-11-1944









Morara Giacomo classe 1908 da Casola Valsenio. Colono, partigiano della 36a Brigata Garibaldi "Bianconcini", caduto 8-8- 1944









Nannini Enea classe 1921 da Casola Valsenio. Falegname, partigiano della 36a Brigata Garibaldi "Bianconcini", caduto 11-9-1944 








Neri Domenico classe 1924 da Casola Valsenio. Studente, partigiano della 36a Brigata Garibaldi "Bianconcini", caduto 24-9-1944









Roncassaglia Alfredo classe 1892 da Casola Valsenio. Colono, partigiano della Brigata "Celso Strocchi" Divisione Garibaldi Ravenna, caduto 15-9-1944





Cavina Giuseppe classe 1890 da Casola Valsenio. Partigiano della Brigata "Celso Strocchi" Divisione Garibaldi Ravenna, caduto 13-9-1944

Ferrini Cherubino classe 1908 da Casola Valsenio. Colono, partigiano della 36a Brigata Garibaldi "Bianconcini", caduto 13-9-1944

Pieri Giovanna classe 1911 da Casola Valsenio. Partigiana della 36a Brigata Garibaldi "Bianconcini", caduto 11-9-1944









Assirelli Francesco classe 1921 da Casola Valsenio. Partigiano del "S.A.P. Montano" caduto 3-11-1944












Cappelli Ugo classe 1918 da Casola Valsenio. Partigiano del "S.A.P. Montano" caduto 3-11-1944









Roncassaglia Paolo classe 1924 da Casola Valsenio. Partigiano del "S.A.P. Montano" caduto 10-3-1945








" Non rinunciate al giorno che v'offrono i morti che lottarono. Ogni spiga nasce da un chicco affidato alla terra, e, come il grano, il popolo infinito unisce radici, accumula spighe, e in mezzo alla tormenta scatenata sale alla chiarità dell'universo"
                                                                                                                                   Pablo Neruda


La Resistenza - La 36a Brigata Garibaldi "Alessandro Bianconcini"



Nel corso dell'estate del 1944, con l'intensificarsi della guerra e l'avvicinarsi del fronte, tutte le formazioni operanti nelle vallate del Sillaro (dove agiva un gruppo di Giustizia e Libertà), del Santerno, del Senio, del Sintria e del Lamone si aggregano o si collegano alla 36a Brigata Garibaldi che diventa così, per la sua notevolissima consistenza numerica e per la grande efficienza operativa, la spina dorsale del movimento partigiano dell'intero Appennino tosco-romagnolo centrale, e polarizza quindi naturalmente intorno a sé tutta l'attività della Resistenza nel territorio casolano. Questo fatto, unitamente all'importanza che questa formazione partigiana ricoprirà nel processo di sviluppo politico sociale ed economico del nostro comune, rende necessario a questo punto seguire momento per momento le sue vicende nel modo il più possibile documentato e analitico e nei loro diversi aspetti: militari, sociali e politici. Il discorso sulla struttura e sulla attività operativa della 36a  (che ha assunto il nome di «Alessandro Bianconcini» in onore del patriota comunista imolese fucilato dai nazisti, e che risulterà essere stata una delle più combattive formazioni della Resistenza italiana) servirà anche a chiarire il concetto della lotta partigiana come una guerra di tipo del tutto nuovo, non solo dal punto di vista strettamente militare (il che è persino ovvio, trattandosi non già di una guerra campale, bensì di una guerriglia condotta mediante l'impiego di piccole formazioni in rapide azioni prevalentemente offensive ed estremamente articolate), ma - quel che più importa - nuovo dal punto di vista umano, sociale e politico. Qualcuno si è spinto a questo punto a parlare addirittura di una guerra di classe, nel senso che per la prima volta in Italia sarebbero stati il proletariato urbano e le masse contadine a combattere con le armi in pugno contro chi in quel momento difendeva - sia pure in modo rozzamente mascherato da facinorosa demagogia - gli interessi dei ceti privilegiati; ma ci sembra questa una definizione piuttosto schematica, troppo ristretta, poiché trascura o sottovaluta tutta una serie di dati importanti sul piano sociale e politico che pure sono presenti nella composita realtà unitaria della Resistenza. Quel che è certo però è che nella guerra parti­giana si esprimono e sono anzi predominanti nella coscienza della quasi totalità dei combattenti dei supporti ideali, delle ansie di riscatto sociale, delle speranze in un assetto politico rinnovato più giusto e più libero che non possono non caratterizzare la Resistenza in senso socialmente e po­liticamente assai avanzato. E’ una guerra in cui soprattutto operai e contadini combattono fianco a fianco, come già era avvenuto nel deserto africano o nella steppa rus­sa, ma ora con ben altro spirito: là erano commilitoni in una tragica guerra non voluta ma subita, qui sono «compagni» in una impresa esal­tante e liberamente affrontata; la vittoria o la sconfitta avrebbero mu­tato poco o niente affatto il loro stato, qui l'esito della lotta potrà invece incidere direttamente sulle loro condizioni sociali, politiche ed economi­che; là erano gli Stati Maggiori a decidere sulla pelle di tutti, qui sono gli operai, i contadini che nelle assemblee partigiane eleggono i loro comandanti (almeno per un certo periodo) e scelgono i metodi, i tempi e gli obiettivi della guerra. La confluenza di motivi politici e motivi di classe, che si verifica per la prima volta nella nostra storia, è resa evidente dai canti popolari sorti in seno alla brigata, come questa canta dei braccianti romagnoli, adattata ovviamente alla nuova realtà:

E canta la sighéla: taja, taja
e gran a è patron, a e cuntadèn la paja;
e canta la sighéla: tula tula
e gran a è patron, a e cuntadèn la pula;
e canta la sighéla a e zugalèn
e gran a è patron, la pula a e cuntadèn;
i tedèsch, ifascèsta é sgnorpatrò
fan un fas e botll in tal parò.

Dal punto di vista militare la brigata, che pure annovera nel suo organico alcuni ufficiali dell'esercito, viene strutturata secondo un modello di formazione popolare completamente diverso da quello offerto dall'esercito tradizionale; essa costituisce in tal modo anche una grande esperienza di vita collettiva profondamente sentita da chi vi partecipa, armonizzando regole   normalmente contrastanti negli eserciti tradizionali di disciplina e di partecipazione, di senso del dovere e di rispetto della personalità. Ed è anche una esperienza di vita democratica che i partigiani porteranno con loro al rientro nella vita civile e che apporterà un prezioso contributo nella rinascita della nazione. La formazione è guidata dal comandante e dal suo vice, dal commis­sario politico e dal vice, dal capo di stato maggiore; alle loro dirette dipendenze opera la compagnia comando addetta ai servizi logistici, informativi, stampa, ecc.; ci sono quindi le compagnie, ciascuna con il suo co­mandante e commissario politico e rispettivi vice, capisquadra, capinucleo e infine militanti partigiani per un totale di circa 30 uomini ogni compagnia, saliti poi a 60 verso la fine dell'estate. Inizialmente i comandanti e i commissari di compagnia venivano eletti democraticamente dai partigiani e la loro nomina era ratificata poi dal comando. In seguito, soprattutto a causa di alcune scelte di base rivelatesi poi errate dal punto di vista della capacità militare, si dovette ripiegare da questa posizione democraticamente assai avanzata cosicché la nomina è proposta dal comando di brigata. Ma anche in questa seconda fase il parere prima e il consenso poi dei partigiani sono ancora determinanti, e questo per avere la sicurezza, in ogni momento, della esistenza di un rapporto di reale fiducia dei subalterni nei confronti dei comandanti, al fine di realizzare un'unità completa e compatta. Vi sono infine i GAP, formazioni speciali di 4-5 elementi ciascuna, col compito di effettuare attacchi improvvisi e particolarmente audaci contro pattuglie tedesche o fasciste e i loro automezzi; di compiere azioni dimostrative all'interno degli schieramenti avversari e anche di eseguire le condanne pronunciate dal tribunale partigiano. Esistono dunque anche nella brigata partigiana i comandanti (e naturalmente il dovere di obbedire ai loro ordini), ma essi non fruiscono di quelle prerogative autoritarie e di quei privilegi che sono invece caratteristici in generale degli eserciti tradizionali e in particolare di quello ita­liano: il giaciglio - spesso di fortuna- è lo stesso per tutti, il rancio pure, e durante le azioni di guerriglia i comandanti devono sempre stare in senso letterale alla testa dei loro uomini, pena l'allontanamento dalla formazione. Fa parte della brigata anche un gruppo di ragazze e di giovani donne che hanno scelto di vivere i sacrifici della lotta partigiana per motivi diversi - l'una per seguire i fratelli, l'altra il fidanzato, l'altra ancora per sfuggire alle rappresaglie nazifasciste     ma tutte (e questo è significativo!) avendo alle loro spalle tradizioni familiari antifasciste o una forma­zione politica orientata in tal senso. I compiti che vengono affidati a queste ragazze sono molteplici: infermiere, staffette, addette alla confe­zione del vestiario o alla preparazione del rancio. Si tratta dunque, come è facile capire, di mansioni ancora prevalentemente ausiliarie nei confronti dell'impegno di combattimento armato assegnato ai partigiani. Ma a parte che queste giovani donne erano soggette agli stessi rischi che correvano i combattenti, come testimonia il luminoso sacrificio di alcune di loro   questa partecipazione attiva delle donne alla lotta di liberazio­ne, sia come partigiane sia come collaboratrici, costituisce un fatto di grande importanza dal punto di vista politico e sociale: è infatti per questa strada che si comincia a realizzare concretamente da parte delle don­ne e della società civile più in generale il recupero di quella dignità, di quel rispetto, di quel diritto all'eguaglianza reale che la società prefascista prima, e tanto più il fascismo dopo in nome del mito della supremazia virile, avevano di fatto negato. Da questa partecipazione delle donne alla Resistenza prende insomma un deciso avvio quella battaglia per l'affermazione di una loro effettiva emancipazione che dovrà peraltro proseguire ben oltre la fine della guerra. Il denaro necessario per l'acquisto dei generi alimentari o di conforto affluisce alla cassa della brigata attraverso i «colpi di recupero», ma il problema finanziario rimarrà sempre uno dei più difficoltosi da risolvere da parte dei comandi partigiani pressati come sono da bisogni che lo stato di illegalità, a cui sono costretti, pone al di sopra di ogni considerazione. Oggetto dei colpi di recupero sono coloro che collaborano con la RSI o gli ex fascisti che si sono posti al di sopra delle fazioni. Nel com­pimento di queste operazioni che possono avere risonanze negative verso la popolazione i comandi partigiani attuano una particolare sorve­glianza al fine di evitare eventuali abusi o veri e propri atti di rapina. Tutto ciò che non può essere acquistato con il denaro, come le armi, l'equipaggiamento e il vestiario, viene procurato in minima parte mediante aviolanci alleati (oltretutto particolarmente scarsi per le Brigate «Garibaldi» che sono considerate troppo rosse), ma per lo più sottraen­dolo ai tedeschi e ai fascisti, oltre a quello che ogniuno riesce a portarsi da casa. La brigata assume così un aspetto molto variopinto per quanto riguarda la foggia degli indumenti:

…vestiti di tutte le fogge, dalle divise tedesche complete fin nei minimi par­ticolari, alle tute da operaio. Predominano i calzoni corti, per lo più di tela mimetica, che scoprono gambe muscolose, magre, abbronzate, piene di graffi. In testa, tutto il possibile: bustine militari italiane e tedesche, berretti da ufficiale, da tramviere, da portiere, da vigile urbano, da carabiniere; chepì da cavalleria e da capostazione, fez rossi da bersagliere, cappelli da alpino, colbacchi, caschi coloniali, sombreri, baschi, baschetti, cappelli di paglia da mietitore, caschetti da motociclista (...). Alla babilonia degli indumenti fa riscontro il bailamme delle armi: ogni arnese in grado, bene o male, di sputare una pallottola, è qui rappresentato. (...). Molte le barbe, ma molte anche le facce lisce degli adolescenti, e qualche volto duro, segnato, da adulto. Numerose le zazzere lunghe, che scendono sul collo: le portano con orgoglio, come distintivo di anzianità, i partigiani che non si sono tagliati capelli dal giorno che salirono in montagna. Quelli della 36a portano tutti in testa o al collo un fazzoletto rosso a pallini bianchi, molto diffuso tra i braccianti emiliani.


Parallelamente alle operazioni militari, in brigata viene svolta anche una intensa attività politica coordinata ai vari livelli (di brigata, di compagnia) dal commissario politico, un protagonista di primo piano della guerra partigiana in quanto è chiamato ad assolvere compiti di grande rilevanza politico-militare: anzitutto egli deve stimolare ed organizzare tutte le iniziative (assemblee, corsi di preparazione storico-politica e così via) che possono in qualche modo favorire una più matura presa di co­scienza politica da parte dei partigiani e soprattutto dei più giovani i quali affluiscono sempre più numerosi nella formazione garibaldina, ma la cui maturazione politica spesso non va oltre un istintivo rifiuto della prepotenza o della feroce cattiveria dei repubblichini e dei tedeschi; in secondo luogo è compito del commissario politico individuare e preparare ai futuri impegni i nuovi quadri non solo della brigata partigiana ma anche delle organizzazioni politiche e sindacali che potranno dispiegare una attività legale dopo la Liberazione. Oltre ai compiti politici egli deve anche provvedere al vettovagliamento e alla amministrazione della compagnia e rispettivamente della brigata. Il commissario infine è il primo uomo con cui entra in contatto stabile chi sceglie la vita del partigiano, e per cominciare a lui consegna il denaro che possiede tranne una piccola somma, i documenti di identità assumendo nello stesso momento il nome di battaglia con cui verrà da quel momento chiamato e riconosciuto dai suoi compagni, e ciò soprattutto al fine di evitare di essere eventualmente identificato e non esporre così i familiari alle rappresaglie dei fascisti e dei tedeschi. Si comprende da ciò tutta l'importanza della funzione dei commissari politici il cui impiego derivava dalle esperienze degli eserciti del popolo (l'armata rossa della rivoluzione, l'esercito repubblicano spagnolo); e proprio partendo dal riconoscimento di questa sua fondamentale impor­tanza la istituzione della figura del commissario politico inizialmente propria solo delle brigate garibaldine, fu in seguito estesa alle altre for­mazioni partigiane con una fisionomia politica di sinistra (brigate «G.L.», brigate «Matteotti»). Proprio perché una siffatta funzione richiede un non comune bagaglio di esperienze umane e politiche i commissa­ri generalmente sono uomini di una certa età; spesso sono reduci dal carcere fascista o dal confino, dove hanno avuto modo di consolidare e di ampliare la loro cultura generale e politica; qualche volta sono vetera­ni della guerra di Spagna, durante la quale hanno potuto conoscere per diretta esperienza i metodi di lotta dei nemici che ora si trovano di fronte. L'azione politica dei commissari della 36a (in maggioranza comunisti, ma ci sono anche giellisti, anarchici, socialisti), che trova il suo momento più intenso e più vivo nell'«ora politica», è incisiva a tal punto che alla fine dell'estate quasi tutti partigiani sono sensibili ai problemi politici e la grande maggioranza si sente comunista, anche se a questa definizione non sempre corrisponde un orientamento ormai consolidato in termini di precisa ed informata adesione all'ideologia e al programma del PCI. Questa situazione deriva certo in larga misura dal fatto che il Partito Co­munista appare a molti giovani come l'avversario più deciso del fascismo e come quello che meglio esprime la loro - magari istintiva - esigenza di un profondo rinnovamento della società italiana; ma è anche conseguenza della scelta operata dal partito che - a differenza di altri partiti antifascisti – non ha esitato a destinare alla lotta armata di liberazione una parte rilevante dei suoi quadri migliori. Ovviamente sono frequenti le discussioni anche piuttosto accese con i compagni di lotta che sono orientati verso altre ideologie e simpatizzano per altri partiti (in genere si tratta di studenti in prevalenza consenzienti con il programma liberal-socialista del Partito d'Azione); ma questa differenziazione di orientamenti e di scelte politiche non provocherà mai turbamenti o lacerazioni nella vita della formazione cosicché la brigata non registrerà nessuna defezione per motivi politici. Alla maturazione politica dei partigiani contribuisce anche il giornale della brigata: si tratta di un «foglio» dattiloscritto che il giovane studente bolognese Luciano Bergonzini (Stampa) riesce a compilare tra mille difficoltà, magari suscitando poi critiche ed elogi per un articolo, ma dando ad ognuno la possibilità sia di contribuire alla sua compilazione, sia di poter finalmente leggere ciò che aveva cercato invano per vent'anni sulle pagine dei giornali del regime.

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L'assistenza sanitaria organizzata   che pur rappresenta un servizio estremamente importante - compare relativamente tardi nella vita della 36a Brigata e viene realizzata da un esiguo gruppo di medici, studenti in medicina e infermiere aggregati alla compagnia comando. Fra i giovani medici partigiani ci sarà qualcuno destinato a scrivere alcune tra le pagi­ne più belle e gloriose della Resistenza, immolandosi per tener fede al giuramento di assistere i compagni feriti e di non abbandonarli anche quando ciò significa cadere nelle mani spietate dei nazifascismi. I metodi della lotta partigiana che prevede soprattutto azioni a lungo raggio non permettono però sempre un immediato soccorso ai feriti che sono quindi costretti, come nei primi mesi di guerriglia, a far capo ai medici condotti dei paesi e anche, con le dovute cautele e nei casi più di­sperati, agli ospedali. Ecco allora il dottor Rino Cenni che, avvertito da una staffetta, sale, se pure senza grande entusiasmo e con un certo timore, verso Monte Battaglia o Settefonti o ancora Valdifusa per curare dei feriti partigiani rischiando di essere scoperto dai fascisti che sorvegliano la sua ne; e sempre senza ricompense, anche quando queste vengono offerte spontaneamente, ma per tener fede al suo giuramento di medico che gli impone di assolvere la sua missione al di sopra di ogni situazione di pericolo o convenienza.

La Resistenza - Partigiani e contadini


Già abbiamo accennato al fatto che di fondamentale importanza perché la brigata partigiana possa non solo operare attivamente come unità politico-militare, ma perfino sopravvivere come aggregazione di cento, poi duecento, e infine di mille e più uomini, è il rapporto con la popolazione contadina, cioè con coloro in mezzo ai quali i partigiani vivono ventiquattro ore su ventiquattro. E’ abbastanza evidente che se la gente di campagna non avesse assunto anche nelle nostre zone un atteggiamento di tolleranza prima, di collaborazione poi ed infine di partecipazione diretta, ben difficilmente la guerra partigiana avrebbe potuto assumere il volto e le dimensioni di «guerra di popolo» che invece essa riuscì a darsi anche nelle nostre vallate. Ciò del resto accadde in una miriade di zone contadine dell'Italia centro-settentrionale, ma per quanto ci riguarda dobbiamo richiamare e sottolineare il fatto che nella media e alta valle del Senio, del Santerno, della Sintria, del Lamone questa popolazione contadina era nel suo complesso di estrazione montanara, ben lontana cioè nelle sue esperienze civili e politiche, e perfino in quelle più immediatamente umane, dalla avanzata maturità dei contadini della pianura i quali - mezzadri e braccianti - già a partire dalla fine dell'Ottocento e poi fino all'avvento del fascismo avevano formato leghe e coope­rative, organizzato scioperi, costruite Case del Popolo e fondato circoli e sezioni del Partito Socialista dove faticosamente si erano abituati a leg­gere o a farsi leggere la stampa socialista. Il territorio collinare e montano invece era sempre stato un mondo chiuso, retto e controllato da due figure dominanti: quella del padrone, dispensatore di lavoro per i braccianti e di patti e poderi più o meno buoni per i mezzadri; e quella del parroco, elargitore di buone parole, di saggi consigli di moralità e pazienza, di aiuti anche importanti in certe circostanze: scrivere e leggere le «carte», ad esempio, o curare certe pra­tiche, decifrare i conti e così via. Ora questa caratteristica di chiusura culturale e politica non può non complicare   a volte in maniera davvero grave - il problema di calare prima la Resistenza in mezzo a questa gente e poi di farla diventare una cosa sua, una sua battaglia. Non può quindi sorprendere il fatto che i rapporti fra la brigata e la popolazione contadina siano piuttosto deboli all'inizio, data anche la provenienza dei primi partigiani dalla pianura e dalle città; ma poi con l'intensificarsi della lotta questi rapporti divengono sempre più stretti, tanto che i contadini, dopo aver in un primo tempo aiutato materialmen­te i partigiani con alimenti, vestiario, alloggio, parteciperanno attivamen­te alla Resistenza combattendo nelle file partigiane (come è documentato dalle fonti statistiche che anche in questo nostro lavoro vengono pub­blicate per quanto riguarda il comune di Casola Valsenio), naturalmente continuando a fornire tutti gli aiuti logistici iniziali. Né questa collaborazione era limitata ai giovani, ma veniva offerta anche da parte di donne, vecchi o ragazzi. Naturalmente l'approccio iniziale e poi la saldatura definitiva fra il movimento partigiano e i contadini delle vallate non furono frutto spontaneo e naturale, né determinati in modo miracoloso da eventi straordinari, anche se è chiaro che le drammatiche vicende dei mesi che vanno dall'autunno del '43 all'estate del '44 giocarono un ruolo assai importante nella definizione ditali rapporti. Ci fu anzi da parte delle forze più politicizzate della Resistenza (soprattutto i commissari politici e i comandanti di reparto) un preciso e sistematico impegno per stabilire un piano di reciproca comprensione o almeno di un superamento delle iniziali vicendevoli diffidenze che si rifacevano oggettivamente soprattutto al notevole divario del livello di maturazione politica e di preparazione culturale esistenti fra i due mondi che allora per la prima volta si stavano incontrando: abbiamo già ricordato che i primi gruppi di partigiani erano per lo più composti da giovani operai e studenti di Imola, Bologna, Faenza, cioè di cittadini, notevolmente distanti dunque dalla mentalità, dalle abitudini e dal livello di vita dei contadini della montagna, e ciò costituiva già in partenza una difficoltà di non lieve peso. Il processo di avvicinamento e di fraternizzazione comunque si realizzò soprattutto perché ci fu l'intuizione politica (e la conseguente iniziativa organizzata di informazione e di propaganda) che le questioni ge­nerali che erano motivazioni di fondo della Resistenza (la lotta contro il fascismo per la libertà, contro i nazisti per l'indipendenza nazionale, per la pace contro la guerra) dovevano essere poi calate all'interno del mondo contadino - per potervi essere intese e recepite   in termini più concreti, e per ciò più direttamente, vorremmo dire più elementarmente, comprensibili: ecco allora il paziente e non facile lavoro per spiegare come il fascismo sia il principale fattore delle condizioni di miseria dei la­voratori e in particolare dei contadini poveri; come i tedeschi siano necessariamente razziatori di uomini e di cose; come solo la Resistenza possa preparare e gia in parte realizzare una ben diversa condizione umana e sociale per tutti i cittadini italiani, e dunque anche per i contadini delle vallate di Romagna. Questo impegno di vera e propria educazione politica di massa si svolge naturalmente in modi e in tempi diversi, a seconda della diversità della situazione: altro è parlare ai miseri piccolissimi proprietari della Casetta di Tiara o di Cortecchio della montagna di Palazzuolo, altro discutere con le famiglie di mezzadri o di coltivatori diretti della bassa di Valsenio dove oltretutto gli anziani riascoltano e ricordano bene a vent'anni di distanza parole di riscatto sociale già pronunciate da Luigi Sasdelli o da Giulio Cavina nel «periodo rosso» e dove molti giovani contadini sanno leggere e scrivere, frequentano il paese, hanno già scambiato qualche parola importante con giovani antifascisti di Casola o Riolo Bagni. C'è dunque anche nella nostra vallata una notevole differenziazione delle possibilità, dei tempi e dei modi della presa di contatto del movimento partigiano col mondo contadino circostante; è però possibile affermare   sulla base di dati certi - che questa costruzione di un legame organico e via via più solido si realizza ovunque secondo una progressione tipica di lavoro politico-sindacale, e fondamentalmente su al­cuni punti essenziali che sinteticamente sono:


a) una costante opera dì informazione e di orientamento politico ver­so la popolazione contadina per spiegare i motivi e le finalità della Resi­stenza, come lotta di liberazione ad un tempo nazionale, politica e sociale;
b) una attenta difesa del patrimonio zootecnico e agricolo dalle razzie dei tedeschi. Molti contadini, infatti, per sottrarre il loro bestiame alla rapina nazifascista lo conducono (tranne pochi capi indispensabili per i lavori agricoli) nelle zone controllate dai partigiani che ne destinano una parte al loro sostentamento e a quello della popolazione civile 24 interessante ricordare che quando si verifica questa specie di mercato (e anche in caso di requisizione forzata allorché se ne presenta la necessità) i partigiani pagano sempre la parte del contadino in denaro contante, anche ad un prezzo superiore a quello imposto dalle autorità fasciste, e spesso la parte del padrone in buoni di prelevamento che per decreto del CLN dell'Alta Italia hanno valore legale in tutto il territorio di ope­razioni della 36a e che verranno pagati dal Governo Italiano alla fine della guerra (anche se solo parzialmente per motivi non certo dipendenti dai comandi partigiani). Ma ci sono zone - come le montagne di Palazzuolo, le alte colline delle valli del Senio, del Sintria, del Lamone e del Santerno   dove i contadini vivono da sempre in uno stato di miseria e di abbruttimento fisico tali che a volte sono gli stessi partigiani a rifornirli di viveri e a tentare di migliorare la loro condizione morale ed umana; naturalmente nei limiti che la situazione permette: anche questo contribuisce a creare un rapporto di fraternità che poi si tradurrà quasi spontaneamente in una stabile collaborazione;
c) la formulazione e la proposta di nuovi patti colonici a vantaggio dei mezzadri, cosicché mentre il Governo Nazionale presieduto da Bonomi proroga, sia pure provvisoriamente, i vecchi contratti mezzadrili del periodo fascista nettamente favorevoli per i proprietari; in alcune zo­ne di influenza delle brigate partigiane i Comitati di difesa dei Contadini, organismi guidati dai CLN e dai partiti antifascisti, emanano disposi­zioni sulla ripartizione dei prodotti agricoli dei poderi condotti a mezzadria favorevoli invece per i contadini;
d) la possibilità per i partigiani di estrazione contadina di poter abbandonare temporaneamente i reparti - nei periodi di calma delle ope­razioni militari - per aiutare i familiari nei lavori agricoli ed anche una collaborazione di lavoro - specialmente durante la trebbiatura - tra le compagnie partigiane e i contadini in cambio di una parte del prodotto;
e) la lotta ai ladri e ai rapinatori che battono la campagna, alcuni spacciandosi per partigiani: questa inflessibile e severa repressione si rende necessaria non solo per difendere l'amicizia e la fiducia che esiste tra i contadini e le forze della Resistenza ma anche perché le forze parti­giane si sono di fatto sostituite alle Forze dell'ordine, completamente assenti in campagna. A questo riguardo è opportuno rilevare che anche all'interno stesso delle formazioni partigiane viene svolta una attenta sorveglianza al fine di scoprire chi eventualmente, dietro un paravento di generosi ideali, persegue solo il suo interesse o chi si lascia sedurre da facili tentazioni. I commissari hanno la facoltà di controllare in ogni momento quanto denaro i partigiani portano con loro, che non deve mai superare la somma di 150 lire. E’ probabile però che qualcuno sia riuscito a superare i controlli, in particolare nella tarda estate con l'approssimarsi del fronte e con l'afflusso nella zona di sbandati, di individui di ogni provenienza e condizione che battevano la campagna e che a volte entravano nelle file partigiane senza che ci fosse la possibilità di controllare rigorosamente la loro provenienza e se esistesse in loro una adesione cosciente ai valori morali della lotta di liberazione. Comunque una prova in più della limitatis­sima entità di questi fenomeni di degenerazione fu poi tragicamente fornita in seguito dai molti, troppi ex partigiani - non certamente arricchitisi   che al termine della guerra morirono dilaniati mentre erano intenti allo sminamento dei campi per un compenso davvero misero. Per completare questo discorso sulla compenetrazione fra movimento partigiano e gente contadina è anche necessario mettere in rilievo che essa non sarebbe stata possibile (o sarebbe stata assai più difficile) senza l'aiuto prestato in modo diverso dal clero di montagna. Abbiamo già ricordato quanto notevole fosse ancora l'ascendente del parroco sulla popolazione contadina, un ascendente derivante certo dal suo ministero religioso, ma fondato anche sul ruolo che egli esercitava nella società civile: consigliere ascoltato sulle questioni più delicate ed importanti nell'ambito familiare ed esterno; tramite quasi necessario per stabilire un contatto con l'apparato statale; spesso maestro di scuola, scrivano, lettore delle preziose lettere che arrivavano dal fronte o dai familiari lontani; controllore di fiducia dei conti compilati dai padroni o dai loro fattori. Il prete di montagna godeva insomma di una stima che si traduceva oggettivamente in una situazione di autorevolezza in ogni campo. Proprio in considerazione di questa situazione, quando la com­pagnia partigiana si sposta in una nuova zona, il commissario politico prende subito contatto con il parroco invitandolo a svolgere tra i suoi parrocchiani una azione di propaganda in favore della Resistenza. Un atteggiamento favorevole alla lotta di liberazione è pressoché ge­nerale da parte dei parroci di montagna, e spesso questo atteggiamento diventa vera e propria collaborazione nell'ospitare i feriti partigiani, nel seppellire i loro morti contro le imposizioni dei fascisti o svolgendo un rischioso lavoro di informazione. Questa collaborazione del clero di campagna spiega perché nella no­stra zona nonostante una inconsistente attività militare e politica di un partito o di un movimento di matrice cattolica si sia verificata una rilevante collaborazione e partecipazione diretta alla Resistenza da parte di numerosi cattolici - mezzadri e soprattutto coltivatori diretti - che dopo la Liberazione costituirono in buona parte la base di massa della Democrazia Cristiana.

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Alla fine di giugno la saldatura tra le forze partigiane e le masse contadine deve sottostare alla prova del fuoco costituita dalla «battaglia contro la trebbiatura», con lo scopo di impedire ai tedeschi di razziare il grano e di trasportarlo in Germania, con il doppio scopo di affamare l'Italia e di rifornire loro stessi. I contadini rispondono immediatamente e pressoché unanimemente al­le direttive del Partito Comunista e del CLN provinciale che ordinano di:

1) rallentare al massimo la mietitura;

2) non raccogliere il grano nelle aie, ma lasciarlo legato in covoni nei campi;

3) impedire la trebbiatura che dovrà essere compiuta a liberazione avvenuta il 29.

Analoghe direttive vengono diramate dai corrispondenti organismi imolesi e bolognesi per le zone di operazione della 36a Brigata 30 Con­temporaneamente GAP e SAP vengono chiamati ad affiancare la lotta dei contadini e l'ordine per tutti è: NON UNA MACCHINA DEVE TREBBIARE!
A poco a poco il grano viene però mietuto - per evitare che marcisca nei campi - e lasciato in covoni sparsi per i campi 32, lontano dalle strade; poi alla fine dell'estate sia per far cessare incendi e devastazioni da parte dei nazifascisti, sia per procurare farina ai contadini e ai parti­giani viene impartito l'ordine di trebbiare nelle zone più controllabili dal movimento e come per incanto ricompaiono i pezzi mancanti delle trebbie, fatto che lascia sbigottiti gli occupanti nazifascisti. I partigiani non solo montano la guardia mentre si trebbia, ma aiutano i contadini nell'opera; dove invece la trebbiatura avviene forzosamente sotto il controllo delle forze repubblichine, i GAP effettuano azioni di sabotaggio rendendo inservibili le macchine, cosicché alcuni proprietari intimano ai contadini di battere il grano utilizzando il vecchio metodo delle «cerchie». La battaglia si rivela un grosso successo anche da un punto di vista politico, tanto che nelle zone di montagna il raccolto viene interamente diviso tra contadini e partigiani escludendo così i padroni; nei poderi di fondo valle invece dove i rapporti di forza sono diversi e quindi è più contrastato il tentativo della Resistenza di imporsi in modo determinante come forza di governo, il raccolto granario viene quasi necessariamente spartito tra contadini, partigiani, padroni e tedeschi mentre una ultima parte va perduta.

La Resistenza - La resistenza casolana


All'inizio dell'estate si apre una fase nuova della Resistenza casolana allorché il movimento contadino passa da una posizione di solidarietà e di semplice appoggio ad una presenza attiva nella lotta armata contro il nazifascismo; questa presenza non è però uniforme da un punto di vista territoriale e soprattutto si differenzia secondo lo stato sociale del variegato mondo contadino. Certo è che l'avversione ai nazifascisti, uniformemente e profondamente diffusa, non ha di per sé la capacità di creare un legame tra i contadini i quali, oltretutto, non hanno strutture o esperienze collettive attraverso cui realizzarlo. Si rende quindi necessario un in­tervento esterno e dove questo si verifica il movimento contadino balza sulla scena della lotta di liberazione da protagonista, mentre in altre zo­ne un alto potenziale rimane inutilizzato. I mezzadri partecipano nella quasi totalità alla lotta partigiana senza distinzione di sesso e di età, ma naturalmente secondo le diverse possibi­lità, individuando in essa lo strumento per realizzare quelle conquiste sociali, politiche ed economiche che in parte erano state raggiunte nel '21 e che il fascismo aveva poi cancellato. I CLN e i comandi partigiani dirigono i loro sforzi propagandistici soprattutto verso questa fascia di addetti alla agricoltura che costituisce la maggioranza e la parte più misera e già nel giugno del 1944 sulla stampa clandestina appaiono i primi documenti organici che avanzano rivendicazioni mezzadrili ed anche bracciantili.
Proposte di nuovi patti colonici verranno poi elaborate come vedre­mo nel corso del 1944 fino a diventare uno dei punti cardine della coesione tra il movimento contadino e le forze combattenti. L'opera dei partigiani è volta inoltre al salvataggio del bestiame, specialmente quello grosso, dalle razzie tedesche o dalle consegne obbligatorie agli ammassi fascisti. L'odio verso i tedeschi diventa sempre più profondo in conseguenza anche degli spietati rastrellamenti che essi effettuano tra la popolazione contadina per obbligarla al forzato lavoro nelle opere di difesa, al tra­sporto di armi o equipaggiamenti o per la deportazione nei campi di la­voro in Germania. Gli uomini validi, sia della campagna che del paese, evitano di formare assembramenti per non costituire una facile preda; purtuttavia vi sono manifestazioni, come quelle di carattere religioso, a cui è difficile rinunciare, sia perché non è facile non tener conto di sen­timenti profondamente radicati, sia perché le pratiche religiose non sembrano rappresentare un serio pericolo per il loro carattere specificatamente di pace. Ma non è così! I reparti di SS germanici non hanno re­more né morali né tanto meno religiose: la domenica 28 maggio, mentre una folla di fedeli è riunita nel piazzale della Chiesa di Baffadi per cele­brare la festa della Beata Vergine, compare un reparto di SS che aveva già fermato diverse persone trovate per via; il fuggi fuggi è generale e tanta è la confusione che quasi tutti gli uomini riescono a fuggire e a riparare nelle macchie vicine. La partecipazione dei coltivatori diretti che pure, come i mezzadri, subiscono sul piano economico e della sicurezza personale gli effetti negativi delle sopraffazioni nazifasciste, ma che sono meno sensibili a proposte di rinnovamento, è percentualmente più bassa (anche se è interessante notare come alcuni comandanti partigiani della zona provengano proprio dalla categoria dei coltivatori diretti), e varia da parrocchia a parrocchia. Un altro motivo di questa differenziazione tra la partecipa­zione dei mezzadri e quella dei coltivatori diretti sembra essere costituito dalla diversa posizione assunta dai parroci la cui influenza è assai rilevante fra i piccoli proprietari nei confronti della lotta partigiana: là do­ve il parroco si dimostra in qualche modo favorevole alla lotta partigiana la percentuale dei coltivatori diretti impegnati nella Resistenza è infatti più alta. A tale riguardo è opportuno osservare che in genere il basso clero, i parroci di montagna e dei piccoli centri rurali sono direttamente impegnati nella lotta di liberazione, se pur in posizioni più o meno scoperte, mentre le forze dell'alto clero operano con funzioni mediatrici tra le opposte forze in campo o sono rivolte a contenere le spinte estreme dei partiti del CLN. I possidenti di campagna continuano a mantenersi per lo più nella posizione assunta nel corso dei «45 giorni». Dall'analisi della composizione della Resistenza casolana si può rilevare un dato a prima vista abbastanza sconcertante, e cioè il numero assai esiguo, fra le forze più direttamente impegnate nella lotta, di elementi provenienti dalla piccola e piccolissima borghesia del paese: nego­zianti, commercianti, artigiani, impiegati (anche se non si può tacere dell' aiuto di qualche negoziante che rifornisce i partigiani di viveri e di ge­neri di consumo comune ricevendone in cambio peraltro denaro e buoni di prelevamento della brigata). Non è facile dare una spiegazione di questa limitatissima presenza (soprattutto se si considera che proprio tra gli artigiani il movimento operaio casolano aveva avuto nel periodo pre­fascista la sua roccaforte), essendo anche piuttosto complicato in questo caso discernere tra eventuali motivazioni ideali e politiche e invece sollecitazioni di altra natura: ad esempio il fatto che si tratta di categorie che per vivere, specialmente in un piccolo ambiente come quello paesano, hanno bisogno di mantenere buoni rapporti con tutti, insomma di non compromettersi. Se vogliamo completare questa analisi della partecipazione della gente del paese alla Resistenza attiva dobbiamo anche notare un altro dato negativo, e cioè l'assenza totale delle donne. A ciò concorse indubbiamente una serie di fattori oggettivi: non c'era, ad esempio, nel capoluogo la terribile tensione che derivava dai micidiali rastrellamenti o dalle spietate requisizioni che invece venivano effettuati nelle campagne, né erano operanti centri di direzione politica come il CLN locale od organizzazioni come i «Gruppi di Difesa della Donna» in grado di sollecitare ed indirizzare una partecipazione femminile. Ma si aggiungevano anche fattori soggettivi, primo fra tutti la cono­scenza assai vaga e spesso distorta della natura e delle finalità reali del movimento partigiano che erano invece meglio conosciute dalle donne di campagna che vivevano a contatto diretto con le formazioni e proprio perciò potevano   quale più, quale meno - intendere i contenuti socia­li e politici della lotta. E questo spiega anche perché solo proprio nel­l'ambiente del mondo contadino casolano sia possibile trovare tracce di una partecipazione femminile - per quanto anch'essa limitata - alla Resistenza.

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A questo punto è possibile individuare, se pur su linee approssimative, la struttura e la dimensione della resistenza casolana. Nella zona di Valsenio-Monte Mauro - Cavina opera un Gruppo di Azione Patriottica (GAP) guidato da Giuseppe Domenicali (Jusèf d'la Lama) e composto di 10-12 elementi. La sua costituzione è dovuta all'iniziativa del CLN di Riolo e i suoi compiti all'inizio sono prevalentemente di disturbo o sabotaggio (sostituendo, ad esempio, i cartelli tedeschi che avvertono della presenza di bande partigiane o sabotando le trebbiatrici che lavorano per i tedeschi) fino ad arrivare all'attacco diretto alle truppe tedesche e fasciste, pur entro certi limiti. Questi limiti che il GAP si è posto - e che possono essere abbastanza discutibili - derivano dalla preoccupazione di eventuali rappresaglie tedesche contro la popolazione civile che non può essere efficacemente difesa poi dalle for­ze partigiane troppo deboli inizialmente. I componenti di questo GAP sono giovani, tutti renitenti alla leva, che di giorno si tengono nascosti e la notte si ritrovano per azioni rapide e rischiose che, anche se non ottengono clamorosi effetti diretti sul ne­mico, purtuttavia fanno sentire alla popolazione che c'è chi combatte contro i tedeschi e i fascisti. Le armi di cui il GAP dispone sono quelle nascoste dopo l'8 settembre in parte dallo stesso Jusèf e in parte prove­nienti dal Monticello di Campiuno dove   si dice   sono state reperite dietro indicazione del conte Ferniani. In questo gruppo si realizza anche un processo di maturazione politi­ca soprattutto attraverso il cosiddetto «collettivo politico»: si tratta di riunioni che Angelo Morini, Leo Mongardi e altri componenti del CLN riolese tengono con una certa regolarità nelle case della zona in cui opera il GAP - prevalentemente il Gualdo o i Crivellari - al fine di dare alla lotta armata dei contenuti politici sempre più chiari. Dal punto di vi­sta militare questo gruppo è inquadrato nel distaccamento «Celso Strocchi» comandato da Sesto Liverani (Pali) di Brisighella e facente parte della 28a Brigata Garibaldi «Mario Gordini», che opera nella bassa ravennate in contatto con il CLN provinciale di Ravenna. Nella stessa zona sotto l'influenza del GAP, ma in un secondo tempo, viene ad operare anche una Squadra di Azione Patriottica (SAP) sempre per iniziativa di Angelo Morini che tramite Jusèf ne incarica della costi­tuzione Paolo Giacometti, un ex ufficiale di complemento dell'esercito che si nasconde nei pressi della sua abitazione a Valsenio. Paolo Giacometti si mette immediatamente all'opera, prende contatto con chi sa essere avverso ai tedeschi, la notte va a veglia nelle case della zona e tra un discorso e l'altro «tasta il polso» ai contadini sulla situazione politica e se accerta una disposizione alla lotta attiva propone di en­trare a far parte della formazione in corso di costituzione. I contatti vengono presi con tutti: uomini, donne, giovani ed anziani delle parrocchie di Valsenio, Settefonti, Pozzo, Mongardino, S. Andrea. La SAP   anch'essa inquadrata nella 28a Brigata - ha compiti di appoggio all'attività dei GAP che vengono a trovarsi nella sua zona: procurare armi, svolgere servizio di informazione, di assistenza e di propaganda presso i contadini che ancora non comprendono la necessità della lotta contro i tedeschi e i loro alleati fascisti. Di questa formazione -come anche del GAP di Jusèf - si servono i CLN del Ravennate per l'invio dei giovani alle formazioni partigiane della montagna. I componenti della SAP - circa trenta - sono tutti contadini e in particolare si registra un'alta percentuale di coltivatori diretti che prendono una posizione attiva in questa zona sia perché l'invito è giunto da uno di loro, sia per l'influenza esercitata in senso antifascista dal priore di Valsenio. Questa formazione rimane però piuttosto ai margini di quel processo di maturazione politica e sociale che coinvolge un po' tutto il movimento partigiano di estrazione contadina: sono pochi coloro che partecipano al collettivo politico dei GAP, mentre gli altri rimangono ancorati fondamentalmente a quelle motivazioni etico-morali di avversio­ne al fascismo che sono tipiche del mondo contadino che è profonda­mente legato alla chiesa. A questo va certamente aggiunta la rabbia per le requisizioni, per i bassi prezzi corrisposti per i prodotti che obbligatoriamente devono essere portati all'ammasso. Sul versante destro della vallata del Senio qualcuno viene avvicinato dagli uomini del Battaglione «Ravenna», tornati nell'alto faentino dopo il rastrellamento del Falterona ed impegnati nell'opera di costituzione di una grande formazione armata in contatto con il CLN di Faenza. Sul versante opposto opera un gruppo autonomo di 7-8 elementi, animati da un vago ribellismo antitedesco, ma le cui azioni   peraltro scar­se - sono condotte con metodi - da parte di qualcuno - in netto contrasto con quello che è il comportamento a cui sono tenuti i partigiani, tanto che nell'estate il comando della 36a Brigata li riprenderà duramente, intervenendo anche in modo diretto sui responsabili.

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Tutto il rimanente territorio casolano è controllato dalla 36a Brigata «A. Bianconcini» (di cui fanno parte non pochi casolani) come viene denominata la ex IV Brigata che dopo la morte di Lorenzini, caduto in una imboscata tedesca, è comandata dal giovane operaio imolese Luigi Tinti (Bob). La 36a opera nella zona casolana con alcuni GAP, mentre a Mon­te Pianaccino, sopra Mercatale, ha distaccato un posto di blocco col compito di costituire la base di appoggio per l'invio delle giovani reclute partigiane alla brigata.
Questa elencazione - che abbiamo proposto per offrire ai lettori un primo quadro di riferimento  - definisce in modo un po’ schematico la consistenza e l’ articolazione delle forze partigiane operanti nel territorio casolano, mentre in realtà i contorni sono molto meno netti, a volte addirittura sconosciuti agli stessi partigiani che non sanno di far parte di questa o quella formazione. Esempio di questa intersecazione di rag­gruppamenti e di zone operative è il comportamento della fitta rete di staffette che copre il territorio svolgendo compiti di assistenza e di colla­borazione verso tutte le formazioni partigiane che li richiedono, a volte passando oltre le rivendicazioni di competenza che si verificano tra i di­versi comandi. Le staffette che tra l'altro hanno il compito di sorvegliare le mosse del nemico, di realizzare le comunicazioni tra le centrali della pianura e le formazioni partigiane della montagna, di chiedere l'intervento del medico e così via, sono in prevalenza donne, vecchi, invalidi e qualche volta anche parroci; individui cioè che possono muoversi senza dare troppo nell'occhio e che hanno scelto questa attività con un atto volontario in quanto - chi più chi meno -. potrebbero restarsene al sicuro nelle loro abitazioni. Ma è proprio la presenza di queste persone, ma sarebbe forse più esatto dire di tutta la popolazione contadina - poiché in un modo o nell'altro quasi tutti si sentono impegnati nella lotta partigiana - che conferisce alla Resistenza il suo aspetto di lotta spontanea di massa, di lotta di popolo. In questo periodo si costituisce formalmente il CLN di Casola di cui fanno parte i socialisti Guido Ricciardelli, Evaristo Visani, Giuseppe Pittàno; i comunisti Filippo Pirazzoli, Gildo Tabanelli, Antonio Bambi e Antonio Benericetti; il veterinario Ferruccio Cicognani, un repubblicano che, pur isolatamente, non aveva mai fatto mistero dei suoi orientamenti antifascisti; Antonio Tozzi del Partito d'Azione ed Arturo Poli, socialista indipendente. I compiti che il nuovo organismo si propone sono molteplici: dall' o­pera di convinzione verso i giovani ad entrare nelle formazioni partigia­ne alla sorveglianza delle mosse dei tedeschi e dei fascisti e dei loro collaboratori ed informatori; dalla formazione e organizzazione di nuove leve antifasciste, sia sul piano politico che su quello culturale, alla fornitu­ra di aiuti alimentari ai partigiani e alla popolazione; dalla attivazione di un movimento di appoggio alle brigate partigiane all'assistenza ai bisognosi e agli anziani. A causa però di una serie di difficoltà oggettive ed anche soggettive che cercheremo di analizzare molti di questi impegni rimangono allo stato di intenzione o si realizzano in modo molto limitato, cosicché quasi tutta l'azione del CLN casolano si concentra sull'assistenza sanitaria e alimentare alla popolazione civile, attività questa peraltro molto impor­tante, specialmente nell'autunno del '44 e oltre, e che presenta anche un aspetto politico di segno nettamente positivo considerando che l'amministrazione fascista opera in senso contrario fino al completo abbandono di ogni forma di assistenza alla popolazione, e che quindi il CLN si configura sempre più chiaramente agli occhi dell'opinione pubblica come l'unico reale organo di potere locale. In questa sua attività il CLN trova un valido aiuto nell'opera del dott. Gaspare Cenni (Dottor Rino), la cui collaborazione nasce sia da un profondo amore per la sua professione, sia da saldi sentimenti umanitari, derivanti anche da una fede profondamente vissuta - quella stessa che traducendosi in scelte politiche induce molti cattolici (pur privi di collegamenti organici col Partito Democratico Cristiano) a partecipare alle formazioni e agli organismi della Resistenza. I motivi di questa limitata attività del CLN locale e di una sua debole incidenza nella lotta antifascista vera e propria sono dati anzitutto dal suo carattere spontaneistico nel senso che i componenti di questo organismo partecipano ad esso più su un piano individuale che come rappre­sentanti di forze politiche organizzate e più o meno regolarmente tenute a contatto: si spiega così la mancanza di collegamenti con gli altri CLN locali e col CLN provinciale e regionale tanto che le direttive di questi ultimi al CLN casolano verranno date dal comando della 36a Brigata. Ne consegue la grossa difficoltà a contribuire tempestivamente con iniziative organiche allo sviluppo del processo politico collegato all'estendersi e all'intensificarsi della lotta armata. Un altro limite è costituito dal fatto che tutti i membri del CLN sono abitanti del paese, senza dunque saldi agganci con quel mondo contadi­no che è invece supporto indispensabile della lotta di liberazione. Essi sono inoltre facile bersaglio della occhiuta vigilanza fascista che ormai viene esercitata solo nell'ambito del paese poiché i repubblichini non osano più avventurarsi nelle campagne e che rende difficili e saltuari i contatti tra gli stessi componenti del CLN, qualcuno dei quali eccede forse nelle pur necessarie misure di cautela cospirativa. Tutto ciò concorre ad indebolire fortemente l'iniziativa politica e la presenza organizzativa del CLN di Casola, anche se i compiti che esso si era prefisso collegialmente verranno poi svolti da qualcuno dei suoi membri sul piano individuale, ma naturalmente con risultati molto meno rilevanti di quelli che avrebbero potuto conseguire un organismo al cui interno operassero in modo organico ed unitario tutte le forze politiche antifasciste.

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